Castelli, città di maestri maiolicari

Un omaggio ad una cittadina colpita dal terremoto. Grazie al Comune di Castelli e all’ospitalità di tutto il personale del Museo delle Ceramiche della cittadina, siamo riusciti a testimoniare con il nostro video, parte della produzione ceramica che ha contraddistinto Castelli come una delle principali manifatture ceramiche fin da prima del Rinascimento. In Italia nel Medioevo, gli unici colori conosciuti da utilizzare su oggetti ceramici erano il bruno proveniente dal manganese e il verde proveniente dal rame (che ossidato mostra la sua superficie di questo colore). Queste erano le possibilità cromatiche da utilizzare sullo sfondo bianco o crema o rosso a seconda dell’argilla usata.  Più o meno in Italia ogni 100 chilometri, si trovano impasti argillosi di colorazioni simili ma diverse fra loro, sia nel colore che nell’impasto. Per questo motivo, oggi si possono riconoscere già dal colore dell’impasto la provenienza di una ceramica da un’area geografica piuttosto che da un’altra. Per ottenere una base di colore uniforme, si copriva l’oggetto immergendolo o spruzzandolo prima della cottura, con un impasto (ingobbio), che permetteva poi di variare il contrasto ottenibile dalle decorazioni. Dopo aver infornato gli oggetti, si procedeva alla colorazione finale e ad una nuova cottura a temperatura inferiore per fissarne definitivamente i colori e rendere quella ceramica quasi inalterabile se non logorata per l’uso, per migliaia di anni.

Quando si utilizzava argilla rossa invece di quella bianca, se si usava l’ingobbio bianco, la tonalità finale di questa copertura di base poteva tendere un pò ad un colore leggermente rosato. Fra le possibilità decorative, si poteva sfruttare il contrasto fra il rosso dell’argilla e il bianco dell’ingobbio, semplicemente “graffiando via” l’ingobbio allo stato polveroso appena asciugato dall’evaporazione dell’acqua, in modo artistico, dopo la sua applicazione sul corpo ceramico. Successivamente alla cottura della ceramica, venivano applicati gli unici due colori disponibili prima del Rinascimento (in Italia), In Asia si conoscevano e usavano colori provenienti dalla macinazione di altri minerali che furono poi conosciuti anche da noi grazie ai fiorenti scambi commerciali nel Mediterraeo e oltre. Il verde e il bruno venivano usati per comporre paesaggi,  personaggi, stemmi e tutto ciò che interessava per decorare in modo semplice gli oggetti. Quando il committente era benestante, venivano realizzati anche oggetti da regalare fra persone importanti e che raffiguravano anche il ritratto dei personaggi rilevanti dell’epoca. Data la complessità di disegnare e dipingere con i colori ceramici sulle superfici curve, alcune limitazioni stilistiche dettero origine a caricature che vennero apprezzate e che mostravano dettagli importanti definendo con una certa precisione la ritrattistica dell’epoca. Durante il Rinascimento, ci fu un’alta specializzazione di questo tipo. Furono studiate decorazioni per contenitori da farmacia che caratterizzarono la produzione degli Orsini Colonna una delle più importanti del Rinascimento, sapientemente riprodotte dalla bottega Simonetti che si distingue oggi per aver studiato a lungo e messo a punto una formula per riprodurre i colori originali dell’epoca. Gli oggetti di uso popolare come i contenitori per il cibo e le vettovaglie per la tavola avevano invece un decoro piuttosto semplice, realizzato con righe e piccoli elementi decorativi che permettevano in pochissimi minuti di completare un oggetto per passare durante una produzione seriale a decorare quello successivo senza cambiare colori e pennelli e idee in testa. In pratica, si posizionavano le stesse coppette in fila e si applicava a mano la stessa decorazione dipinta a pennello o spugna dello stesso colore, completandole tutte per semplificare la ripetitività all’artigiano. Poi si passava ad un decoro successivo con altro colore applicato nuovamente a tutte le coppette che dovevano essere terminate. In questo modo, come nelle fabbriche si fanno verniciature seriali di prodotti, anche nella bottega di ogni ceramista si ottimizzavano i tempi per abbassare i tempi di lavorazione e costi, e per diminuire gli errori dovuti al cambio di colore e decoro che la realizzazione di un pezzo singolo dall’inizio alla fine, poteva comportare. Gli stili decorativi dell’epoca medievale non utilizzavano la  prospettiva, creata nel Rinascimento e possiamo dire che i soggetti venivano spesso raffigurati di profilo in modo piatto un pò simile alla pittura pimordiali di altre parti del mondo nella stessa epoca. Una tecnica chiamata “graffito o sgraffito” caratterizzò parte della produzione ceramica dal Medioevo fino al Rinascimento in una vasta area del centro Italia che partiva dall’Abruzzo interessando parte dell’Emilia Romagna fino a toccare i confini veneti. Ferrara fu senza dubbio il centro di produzione principale sia dal punto di vista stilistico che produttivo. Per comprendere alcune delle difficoltà esecutive del “fare ceramica”, si deve sapere che l’argilla veniva estratta a mano raccogliendo dai letti del fiume o da colline argillose, le zolle più o meno asciutte. Successivamente si passava alla macinazione per polverizzare più possibile il materiale raccolto e renderlo facilmente lavorabile. Quindi la depurazione in vasche o ai tempi nostri per piccole quantità potremmo anche usare dei secchi con acqua, usando una rete abbastanza fitta per separare le impurità presenti dalla massa argillosa. Da qui, la necessità di comprimere il corpo argilloso per rimuovere l’aria presente all’interno. Si deve pensare che l’argilla è stata scoperta dall’uomo in tempi simili ai suoi, quindi sicuramente da quando l’uomo si nutre, ha sperimentato in tutte le aree del globo, la produzione di contenitori estraendo terreno argilloso là dove si trovava in modo semplice e casuale. Poi, con la scoperta del fuoco da usare che migliorava la qualità del suo cibo rendendolo più digeribile, si sarà reso conto dell’indurimento dei suoi contenitori da cibo quando venivano a contatto della fiamma funzionale per indurire i propri cocci e rendere più resistenti questi contenitori. Per me e Fabrizio, entrare in un museo, ci stimola a ricostruire la storia dell’uomo e comprendere tanti collegamenti che non appaiono immediati quando osserviamo gli oggetti. Subito fuori di Castelli, possiamo osservare dentro la chiesa di San Donato, il soffitto realizzato a formelle di ceramica bellissime. Anni fa, a seguito di un terremoto, fu deciso di sostituirle con copie meravigliose, affidando la custodia degli originali al Museo comunale.

All’interno del museo sono state realizzate ricostruzioni di un laboratorio ceramico tradizionale che racconta nella semplicità degli utensili per fare ceramica, quanto tutto sia dovuto alla capacità e ingegno dei singoli ceramisti per far sì che “acqua terra fuoco e vento”, riescano a generare manufatti straordinari.  Nei miei 20 anni di insegnamento di arti ceramiche in istituti privati per stranieri – racconta Raimondo – ho incontrato studenti che con grande impegno, personalizzavano le loro opere partendo dalla stessa idea ma sviluppando poi ognuno delle varianti molto interessanti. Questo mi facilita oggi ad osservare e apprezzare i tanti oggetti ceramici fatti a mano che si trovano anche ai mercatini che raccontano la propria storia in modo originale anche con le loro imperfezioni. Apprezzo anche quelli che per incertezze esecutive o problemi di cottura, mostrano difetti perchè so benissimo quanto sia difficile portare a termine la realizzazione di una ceramica, la sua perfetta colorazione e la cottura finale.

All’interno del museo si può trovare una vasta collezione di ex voto, oggetti che venivano commissionati come ringraziamento verso una figura religiosa che si credeva avesse salvato una persona guarendono i malanni che stavano torturando la sua esistenza. Questi oggetti realizzati da qualche bravo ceramista di ogni epoca rappresentano la parte del corpo che era stata guarita. In altre aree geografiche del pianeta, questi tributi alla meravigliosa Legge dell’universo, venivano realizzati anche in argento e appesi alle pareti dei luoghi sacri come senso di ringraziamento e devozione.

Nel 1557, Cipriano Piccolpasso pubblicò un testo che spiegava in dettaglio le tecniche esecutive e i segreti dell’arte della ceramica. Il suo manoscritto, oggi al Victoria & Albert Museum di Londra, fu ritrovato e stampato solo a metà del 1800 rendendo possibile a chiunque lo legga, quali fossero gli stili e le tecniche di realizzazione dell’epoca in varie zone d’Italia che aveva visitato. Grazie a questo testo, ancora oggi è possibile apprezzare la durezza del lavoro dell’epoca senza la tecnologia meccanizzata che oggi facilità la produzione dell’argilla, ma anche i decori e gli stili e come venivano applicati.

Lungo il percorso cittadino, si trovano le segnalazioni di percorsi del CAI che permettono di raggiungere aree collinari circostanti. Sempre all’aperto, lungo la strada principale, un forno all’aperto mostra la forma tradizionale che da secoli caratterizza la fase conclusiva della realizzazione di ogni ceramica in tante parti del mondo.

 

Adesso però, è il momento di vedere il nostro episodio, tributo alla popolazione e alla cittadina di Castelli.

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